Un geniale maestro inconsueto - di Enrico Maria Latrofa
Gli studenti che, nell’immediato dopoguerra, si iscrivevano all’Università di Pisa, confluivano in una città che mostrava evidenti le ferite inferte dalla guerra ai numerosi palazzi ancora deturpati e distrutti e alle strutture di accoglienza, di incontro e di scambio culturali. Per tutti però l’inizio dell’esperienza universitaria era avvolta da quella misteriosa atmosfera con cui normalmente i giovani affrontano i cambiamenti significativi della loro esistenza, guardando al futuro che li attende con rosea incoscienza. I divertimenti allora erano assai minori di quelli di adesso, ma la socializzazione era certamente più spontanea e immediata. Le differenze sociali erano meno avvertite sia per un modo più comune e semplice di atteggiarsi, sia per un tenore di vita più austero e a volte al limite dell’indigenza, che portava non tanto alla omologazione, quanto piuttosto ad una ricerca di valori più autentici e genuini.
Gli studenti che si iscrivevano alla Facoltà d’Ingegneria erano costretti, per i primi due anni, a correre alla ricerca di un posto in compagnia dei colleghi di matematica, fisica e chimica in aule dislocate in differenti parti della città presso i vari Istituti e scoprivano con meraviglia le antiche aule ad anfiteatro di Chimica e Fisica e quelle della Sapienza. Sembravano allora uno sciame disordinato che si muoveva senza un programma preciso attraverso itinerari misteriosi. Ogni tanto qualcuno sbandava verso aule con più significativa presenza femminile, ma veniva immediatamente scoperto e cacciato dal ben addestrato professore di materie umanistiche, abituato a riconoscere gli intrusi. Insomma una fatica immane per riuscire ad acquistare una qualche identità e soprattutto per capire quale tipo di realtà umana era quella dell’ingegnere. Nella maggior parte dei casi, si studiava intensamente e, solo attraverso qualche primo esame di disegno affrontato con mezzi rudimentali in aule situate negli scantinati della Facoltà d’Ingegneria, di cui si riusciva a malapena a capire la struttura, si aveva una qualche idea di che cosa si prospettava per il nostro futuro. Certamente non c’era stato alcun serio tentativo da parte delle istituzioni scolastiche precedenti per fornire un orientamento che ci facesse scegliere con una qualche profonda consapevolezza il nostro destino. C’era soltanto da parte nostra l’orgoglio di un passato di studi quasi sempre conquistato con fatica e sudore e una comprovata attitudine a risolvere problemi scolastici di varia natura con una propensione a una metodologia critica sufficientemente collaudata.
Una presenza poi stimolante era quella dei cosiddetti fuoricorso, che per i più giovani erano veri e propri modelli negativi con una grandezza quasi epica di figliol prodigo che non ritornava anzitempo alla casa paterna, ma che aveva un bagaglio d’esperienza da mettere a completa disposizione degli amici e degli eventuali estimatori. Accanto a questi c’erano poi gli allievi della Scuola Normale o di altri collegi universitari classificabili subito o come degli sgobboni irriducibili o dei veri e propri genietti in fieri.
Dai primi, già esperti dei corsi successivi, ci venivano descrizioni di professori del triennio che appartenevano al mito studentesco pisano. Si sentiva parlare di un professore che aveva fornito una consulenza importantissima per un problema ad una turbina a vapore e che avendo chiesto un compenso irrisorio, di fronte alla meraviglia del committente, aveva fatto presente che aveva lavorato per un giorno intero. Oppure si diceva che, presentando un suo assistente, si era dimenticato il suo cognome, cosa che faceva inorridire i compassati colleghi e non certo l’assistente che conosceva lo scarso formalismo del suo maestro. Si favoleggiava anche di un altro illustre professore che aveva chiuso uno studente in uno stanzino, dopo avergli assegnato un problema, di esserselo temporaneamente dimenticato, di essere ritornato da casa dopo cena a liberare il malcapitato e di averlo graziato con un diciotto liberatorio, pur non avendo il poveretto combinato alcunché.
Questo quadro generale, che si riferisce all’università della ricostruzione dopo la guerra e della successiva fase di normalizzazione, ancora tutta imperniata sulla riforma gentiliana, venne attraversato bruscamente dai moti del ’68 che videro Pisa come un luogo di grande partecipazione ed elaborazione politiche e culturali. Anche se la Facoltà d’Ingegneria per anni ha visto una partecipazione numerosa e responsabile ai cambiamenti che stavano avvenendo, bisogna però dire che, per vari motivi, la fisionomia che essa presentava, di compattezza culturale imbevuta di tecnicismo, si è prolungata fino agli anni Novanta.
La tipologia di allievi, rimasta abbastanza simile a se stessa dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, è quella che ha costituito la platea per i professori della Facoltà d’Ingegneria, che aveva avuto la fortuna di vedere realizzata, nel 1936, una sede severa e prestigiosa - per i suoi tempi certamente sufficiente ai bisogni - in una quieta città di provincia, ambiziosa a ragione, ricca di suggestioni scientifiche e culturali e con un passato di grande prestigio.
Cento anni fa nasceva a Lanciano, in provincia di Chieti, il 9 Agosto 1905, Lorenzo Poggi ultimo di otto figli di Carlo Ambrogio Poggi, un magistrato di famiglia fiorentina dal carattere fiero e di grande rigore morale. Carlo Ambrogio Poggi, era figlio di Enrico Poggi, il Ministro Guardasigilli che proclamò l’annessione della Toscana al Regno d’Italia e a cui, tra l’altro, è dovuto il trasferimento, nella legge dello Stato neo costituito, dell’articolo che prevedeva già nel Codice Penale del Granducato l’abolizione della pena di morte. Fratello di Enrico era Giuseppe Poggi, il notissimo architetto fiorentino che è stato l’autore della sistemazione urbanistica della Firenze fine secolo e del Viale dei Colli con il Piazzale Michelangelo, in cui campeggia una lapide con la scritta: “A Giuseppe Poggi - architetto fiorentino, giratevi attorno, ecco il suo monumento”. (MCMXI)
Lorenzo rimase orfano in giovane età per la morte del padre e frequentò scuole ad indirizzo tecnico commerciale a Savona, in cui prese il diploma finale. Nel 1928 si laureò dapprima in Ingegneria civile presso l’allora Scuola di applicazione per ingegneri della Università di Pisa e vinse poi due borse di studio, con la prima delle quali poté frequentare la Suola di ingegneria aeronautica del Politecnico di Torino e approfondire la conoscenza dell’aerodinamica sotto la guida del prof. Modesto Panetti e con la seconda recarsi ad Aquisgrana, ove seguì i corsi del prof. Teodoro von Kàrmàn, con cui iniziò una promettente attività scientifica sempre nella stessa direzione. Essa poté continuare sotto la guida del prof. Enrico Pistolesi, dell’Università di Pisa, dove rimase stabilmente e svolse la sua intera carriera accademica.
Si sposò con Luisa Rocchi, figlia d’un professore del Collegio Cicognini di Prato, ed ebbe sei figli: Ida, Carla, Antonio, Maria, Giulia, Giovanni, che è morto recentemente ed otto nipoti. La moglie si dedicò interamente alla famiglia e gli fu compagna affettuosa, paziente e solidale. Giulia è ordinario nella Facoltà di Lettere della nostra Università ed è custode dei documenti della famiglia, che mi ha consentito di consultare. La casa, che Poggi si progettò, è posta in via Collodi ed è abitata dal figlio Antonio e dal nipote Lorenzo.
Assistente nel 1929 alla cattedra di Fisica Tecnica, che era stata di Pacinotti e successivamente di Cassuto e Polvani, divenne libero docente di Aerodinamica nel 1932, Direttore incaricato dell’Istituto di Fisica tecnica dal 1935 e infine nel 1947 professore di ruolo presso la Facoltà d’Ingegneria di Pisa.
Un evento importante nella vita del Poggi fu la partecipazione, insieme al prof. Pistolesi, al “V Congresso Volta”, tenutosi a Roma nel 1935, che ebbe una risonanza assai superiore di quella che accade per i tanti Congressi internazionali che si tengono ai tempi nostri. Negli Atti del Congresso, in due pagine successive, sono riportate le foto con i medaglioni di Panetti, Pistolesi, Prandtl e il Poggi trentenne. Per l’Aerodinamica degli anni Trenta è difficile mettere insieme un poker di nomi, che inizino con la stessa lettera, di questo livello. Restano ancora lettere che scriveva da Roma, in cui Poggi descriveva il gran lusso dell’albergo in cui era ospitato e la gioia di aver presentato al suo maestro von Kàrmàn un nuovo lavoro. Fra l’altro aveva modo di lamentarsi di un grave malanno, causatogli al gomito destro da una brutta caduta di motocicletta, che lo tormentò poi per tutta la vita.
Il Poggi non era il classico professore come si intende ora, cioè lo specialista di una particolare disciplina che, seppure molto ampia, costringe il ricercatore ad operare in un ambito ristretto. Egli, a mano a mano che si proponevano nuovi indirizzi o nuovi corsi di laurea, era interpellato dai colleghi, forse allora meno gelosi dei loro privilegi disciplinari, per affrontare le nuove materie, che gli venivano proposte e affidate direttamente per incarico. Egli tenne così (oltre alla Fisica tecnica per tutti i corsi di laurea in ingegneria) successivamente, nei vari anni, gli incarichi di “Motori per aeromobili”, di “Complementi di macchine termiche ed idrauliche”, di “Teoria dei servomeccanismi”, di “Regolazione dei reattori nucleari” e di “Gasdinamica”.
Quando, negli anni Settanta, fu istituita la Facoltà d’Ingegneria a Firenze, ne fu il primo professore di Fisica tecnica e insegnò pure, per brevi periodi, presso l’Accademia navale a Livorno e la Scuola di guerra aerea a Firenze.
Le numerose dispense e i testi che riguardano le differenti discipline da lui insegnate si distinguono ancora per uno stile asciutto e sintetico e per l’analisi critica dei fondamenti teorici che sono alla base dell’argomento che di volta in volta veniva affrontato. Deve dirsi che questa variegata attività, svolta con straordinaria padronanza ed efficacia, poteva essere resa possibile non solo in virtù di una cultura tecnico-scientifica eccezionalmente vasta e profonda, ma anche di un coraggio ed una curiosità intellettuale notevolissimi.
Una parte considerevole della sua attività fu quella che dedicò allo svolgimento di tesi di laurea, che sono state conservate nella loro quasi totalità (circa 370) nel Fondo Poggi presso il Dipartimento di Energetica e sono testimonianza di un impegno e di una dedizione alla formazione veramente sorprendenti. La maggior parte degli argomenti assegnati provenivano da sue idee originali che si riferivano ad impianti e motori termici, apparecchiature sperimentali e dispositivi di vario genere progettati secondo approcci teorici da lui suggeriti e nella maggior parte dei casi, realizzati dagli studenti con l’aiuto di pochissimi tecnici volenterosi, che spesso esercitavano la pazienza di lavorare con macchine utensili non propriamente raffinate, aiutandolo a mantenere le spese da sostenere entro limiti molto contenuti. Moltissimi allievi ricordano con nostalgia e tenerezza le visite allo “sfattino”, con la sovrintendenza del professore, felice come un bambino se riusciva a fare un buon affare nel comprare un vecchio motore da risistemare: si acquistava così una maggiore abilità operativa e si ricercava l’ingegnosità delle soluzioni, seguendo attentamente il metodo di lavoro di un insegnante creativo.
Come si è detto, la prima attività del Poggi ricercatore è rivolta a problemi di Aerodinamica teorica, a cui si riferiscono sette lavori, pubblicati fra il 1930 e il 1932 sulla rivista “L’aerotecnica” e sugli “atti della Pontificia Accademia delle Scienze - Nuovi Lincei”. La pubblicazione a titolo “Azioni aerodinamiche su di un ellissoide di rotazione investito da un vortice con l’asse posto sul suo piano equatoriale e da una corrente traslatoria parallela al suo asse” fu di particolare interesse per comprendere gli effetti deleteri che possono essere provocati dai fortissimi momenti flettenti agenti sulla struttura di un dirigibile che incontri un vortice avente asse normale alla sua velocità. In essa si dimostra l’impossibilità ponderale del dirigibile a resistere a sollecitazioni indotte da vortici possibili nell’atmosfera temporalesca. Molte tragedie dirigibilistiche europee ed americane, che si verificarono in quei tempi, hanno questa spiegazione.
Ben presto però Poggi s’interessò di problemi collegati alla disciplina delle “Macchine elettriche” realizzando fra l’altro un giunto elettromagnetico da lui brevettato di cui qui si riporta un suo disegno originale.
Un argomento che destò poi il suo interesse fu quello relativo alla realizzazione di compressori volumetrici che egli ideò e realizzò. I due tipi fondamentali erano chiamati da lui e dai laureandi e assistenti che collaborarono alla loro realizzazione e alla successiva sperimentazione, compressore a palle e compressore a schiaffi. Di tutti e due esistono ancora due prototipi, mentre purtroppo è andata dispersa la macchina utensile che egli riuscì a realizzare per il compressore a palle, di cui qui si riporta una foto.
Una rassegna molto diffusa dell’attività di ricerca, che vide 75 lavori scientifici, fu efficacemente svolta da Lucio Lazzarino in una sua memoria a titolo: “L’opera didattica e scientifica del prof. Lorenzo Poggi”, in un commovente ricordo che egli volle tenere subito dopo la sua scomparsa avvenuta il 27 maggio 1978. In essa si dà conto dell’attività svolta nel campo della sua materia specifica riguardo alla termodinamica applicata e agli impianti termotecnici, alla regolazione e ai servomeccanismi scoperti in età più avanzata, al controllo numerico delle macchine utensili, alla gasdinamica.
Poggi ha dedicato ininterrottamente cinquanta anni della sua vita alla ricerca interessandosi a molti campi dell’Ingegneria in maniera sorprendentemente originale in virtù del fatto che possedeva un modo sintetico di avvicinarsi ai problemi che gli derivava, come fa notare Lazzarino nel lavoro citato, “dalla capacità di comprendere a fondo e di padroneggIare le idee fondamentali di ciascuna metodologia ed i meccanismi matematici mediante i quali le metodologie vengono applicate e di valutare gli ordini di grandezza degli errori di approssimazione da cui ogni modello matematico della complessa realtà fisica è inevitabilmente affetto”.
Poggi era un uomo profondamente religioso, umile nei rapporti con gli altri, di gusti semplici, caritatevole, arguto, naturalmente simpatico, dallo sguardo penetrante, severo e buono allo stesso tempo, con una forte rassomiglianza con Spencer Tracy, attore cinematografico del suo tempo.
Lo studente che, come i suoi colleghi, era rimasto colpito dagli aneddoti che si raccontavano su un professore d’ingegneria fu, come tanti altri, suo laureando, e imparò molto dal suo modo di ragionare e di lavorare. Divenne poi suo assistente e scoprì che quello che faceva parte del mito era vero in larghissima parte. In particolare notò, che, quando pensava intensamente, sprofondava in una vecchia poltrona del suo studio mordicchiando l’indice ripiegato di una mano, e spesso si alzava a passeggiare canticchiando in uno stile che l’assistente definiva gregoriano-alpino, attribuibile alla lunga frequenza, fin dalla gioventù, di associazioni studentesche cattoliche. Questo era in genere il segno che il ragionamento che aveva seguito aveva dato risultati. L’assistente, quasi inconsciamente, cominciò anche lui a mordicchiarsi il dito della mano forse sperando che servisse a concentrarsi. Dopo qualche giorno un provvido collega amico, molto opportunamente gli fece notare che sarebbe stato rapidamente oggetto di battute sarcastiche perché quello era un vezzo tipico del suo maestro. L’assistente ringraziò del consiglio, smise subito e capì che un uomo geniale non può essere imitato se si vuole conservare la propria individualità.
L’assistente di allora vuole, a nome delle generazioni di allievi che hanno avuto Poggi maestro, ringraziarlo della sua scuola di vita e di dottrina, testimoniando che la memoria di lui esiste ancora in tutti noi e nella denominazione del Dipartimento di Energetica della Università di Pisa.
Da: Il rintocco del Campano, a. 35, n. 1.05 (2005), pp. 12-20.